lunedì 30 aprile 2018

BROWN: Recensione su SODAPOP WEBZINE


 di Emiliano Zanotti

The Great Saunites chiude la trilogia dei colori aggiungendo al nero e al verde il marrone e l’effetto è assolutamente dirompente. Brown fa suonare il duo lodigiano come mai aveva suonato prima d’ora, senza snaturarlo eppure cambiandolo completamente: sparisce la ricerca del groove e la linearità ipnotica della ritmica, mentre voci campionate compaiono in ogni pezzo e la melodia lascia spesso spazio a blocchi e strati di rumori concreti; invariata è la predisposizione al viaggio psichedelico, che prende però forme davvero inattese. Cosa è successo? L’impressione è di essersi persi qualche passaggio. Vado a riascoltare Green, ma nemmeno col senno di poi trovo qualcosa che giustifichi quanto si ascolta qui. Mi viene da pensare che le incursioni nell’elettronica analogica dei progetti paralleli di Angelo Bignamini abbiano lasciato il segno ma qui la mutazione maggiore la subisce la batteria di Marcello Groppi che disegna figure al confine col jazz più radicale e non di rado è un elemento più espressivo che ritmico. Forse è inutile perdersi in dietrologie, atteniamoci ai fatti. Basta l’ascolto del pezzo eponimo, un quarto d’ora in apertura del disco, per rendersi conto di quanto siano cambiate le cose: si parte con un lungo accordo di synth su cui ondeggia il suono di quel che potrebbe essere un digeridoo, si aggiunge una lontana voce declamante, poi entrano il basso con un curioso effetto subacqueo e la batteria che disegna svolazzi free senza troppa fretta. A questo punto non siamo nemmeno a un terzo della traccia. Proseguendo sentiremo  il basso prendere corpo, vocalizzi femminili emergere dal fondo e incrociarsi con una voce maschile narrante. Siamo a metà quando la batteria parte con un ritmo regolare a cui si accoda il basso e una voce dalla rapida parlantina (in russo!); è questo il momento tutto sommato più canonico, finché una tromba sfasatissima (ma sarà davvero una tromba?) porta tutto in territori jazz-rock dove il brano si spegne improvvisamente. Vi basta? Ci avete capito qualcosa? Avanti veloce: Respect The Music è una coraggiosa dichiarazione a favore della musica legale dove a dare ritmo e cadenza è un lungo loop vocale sotto cui la sezione ritmica improvvisa toccando anche tono piuttosto hard (c’è Luca Ciffo della Fuzz Orchestra alla chitarra); Ago è una composizione per piano, batteria rotolante e rumori concreti che tira ancora verso il jazz; Controfase occhieggia allo stoner ipnotico a cui il gruppo ci ha abituati ma è ondivaga e quasi orientaleggiante; Brown (Reprise) resuscita i droni dell’inizio, poi chiama nuovamente in causa il piano, i rumori, i campionamenti in russo (stavolta una donna) e chiude con quella che sembra essere…una partita a tennis (?!). Brown ci lascia con davvero poche certezze, forse solo quella che The Great Saunites si sono stufati di fare le cose in un certo modo e sono alla ricerca di nuovi stimoli: il rock rimane un filo sottile che emerge ogni tanto per  legare i vari momenti, ma più spesso trasfigura la sua ruvidezza e matericità in forme inedite mentre, dal punto di vista formale, nemmeno le estreme dilatazioni post-stoner possono essere ormai considerata una categoria soddisfacente. Non vorrei spararla troppo grossa e ancor meno menar gramo, ma per certi versi mi hanno ricordato le mutazioni degli Iceburn di fine carriera: stilisticamente siamo lontani, ma l’attitudine e la volontà di superamento di qualsiasi tipo di schema mi sembra simile. In definitiva siamo alla presenza di un lavoro misterioso e affascinante, che richiede tempo per essere assimilato e ancora più tempo – e forse un pizzico di fortuna e intuito – per essere capito; se in chiusura vi aspettavate un giudizio più netto è meglio che ripassiate fra qualche mese.

http://www.sodapop.it/phnx/great-saunites-brown-neon-parallelihypershape-e-altre-2018/

Recensione BROWN su DISTORSIONI

di Romina Baldoni

Il duo lodigiano conclude con "Brown" la bella trilogia dedicata ai colori. E con bella si intende proprio la bellezza visiva delle tre cover realizzate in edizione limitata da Stefano Gerardi dopo quelle di "Nero" e "Green" (2016, Hypershape Records). Un motivo già di per sé sufficiente a giustificare l’acquisto del disco. Non solo, la trilogia mette in atto un’esplorazione sonora interessante che, con tutta l’impronta identitaria caratteristica del loop corrosivo The Great Saunites, si muove su traiettorie (e quindi cromatismi) differenti. Le nebulose oscure e la densità vischiosa della psichedelia occulta con "Nero"; il viaggio cosmico di "Green", rarefatto, impalpabile, basato su cambi ritmici, su una stratificazione della consistenza nella distribuzione del materiale acustico. Infine con "Brown" si offre una lettura interna che, rivestendosi del colore della terra, prova a ricostruire la geometria architettonica delle singole particelle. Gioco di equilibri e resistenze, di magnetismo e spigolosità. Abrasioni, addensamenti e tutto l’ansimante incedere di un suono mortificato dall’incapacità di trovare vie di fuga.

Ottimo anche il lavoro di mixaggio di Luca Ciffo (Fuzz Orchestra) che presta anche la chitarra nel brano Respect The Music. Linee che si spezzano, una spirale di cut up che si infrangono caoticamente su abbozzi deformi di rumori. Ripetitività in avvitamento che soccombe per asfissia. L’omonimo pezzo Brown è una sarabanda noise free form che tenta varie strade prima di trascolorare in un torbido indistinto e sfuocato. Continua il gioco perverso della sottrazione in una ridondanza claustrofobica ed epilettica. Ago si riveste di tutta l’ambiguità di un palpito, intenso, viscerale, tormentato. Una lotta impari per scorgere luce in una cavità di tenebre che rimanda solo la martellante scansione del respiro. Controfase ci riporta al motorik spaziale e visionario tanto caro alla esegesi di tutta la loro discografia. E poi c’è il bellissimo finale di Brown (reprise) che sembra quasi un canto elegiaco che celebra il tormento e l’inquietudine dell’uomo solo con se stesso. I pensieri incontrano il magnetismo che promana dal nucleo incandescente della terra. Le stringhe sonore tirate all’inverosimile rimandano il dolore e la vibrazione ancestrale del moto universale. Siamo prigionieri di una ciclicità da cui non sappiamo cogliere il mistero di eterno ritorno, la nuova congiuntura, la palingenesi del risveglio.

http://www.distorsioni.net/canali/dischi/dischi-it/brown

giovedì 12 aprile 2018

BROWN recensito su BACKSTREETS BUSCADERO

di Lino Brunetii

Terzo atto della cosidetta “Trilogia Cromatica”, dopo Nero e Green, Brown è probabilmente anche il più sperimentale, ambizioso e personale dei dischi dei The Great Saunites, il duo lodigiano formato da Atros (bassi) e Leonard Layola (tamburi). Registrato, mixato e masterizzato da Luca Ciffo della Fuzz Orchestra, l’album consta di cinque tracce in cui la band ha ulteriormente accresciuto l’utilizzo di field recordings, voci registrate e strumenti altri (rispetto ai loro abituali), facendo di fatto dello studio di registrazione un ulteriore elemento a disposizione per affrescare la loro visione. Il risultato è meno d’impatto di altri lavori, più ostico, capace però di entrare sotto pelle come un virus, grazie al suo portato visionario. Prendete i quasi 15 minuti della title-track: parte ritualistica, con echi muezzinici, quasi da suk mediorientale, per poi srotolarsi ipnotica tra soundscapes inquietanti e voci contrastanti fra loro, il tutto per rendere ancor più straniante l’ascolto. Semplicemente ottima Respect The Music, dove una voce s’interroga sul futuro della musica mentre attorno gli strumenti affogano nel suono montante fatto di lamine taglienti. Gli scenari desolati, colmi di detriti sonori, della pianistica ed impressionista Ago, ci traghetta verso le sfasature colme d’electronics di Controfase e la ripresa ancor più esotica e fumosa di Brown. Ottimo lavoro.

https://backstreetsbuscadero.wordpress.com/2018/04/09/the-great-saunites-brown/

mercoledì 4 aprile 2018

BROWN recensito da IYEZINE.COM

di Bob Accio


Prendo quest’oggetto, un CD, lo scarto e lo inietto nel lettore dello stereo, scruto la copertina di questo UFO e … no, faccio diversamente, prendo un mucchio di file posti sul pc, pospongo tutta la trafila manuale, e diretto schiaccio il tastino play del lettore VCL.
Esamino il PDF, allegato al pacchetto zippato inviatomi via e-mail, e cerco informazioni, foto, grafica, poi nel silenzio del mio office mi abbandono di conseguenza sulla megapoltrona nera completamente rilassato ad ascoltare le invettive sonore del duo The Great Saunites (TGS) from Lodi, attivissimi in questo ultimo decennio.
Intorno a me il bianco delle pareti, del mobilio, la smorzata lucentezza della grigia giornata odierna, mi esulano da distrazioni. Presento un’orda barbarica di libri, mi urlano, mi cercano con lo sguardo, sono alle mie spalle, ne avverto il tentacolare e irrispettoso desiderio di conquistarmi, di essere preferiti alla musica, giustappunto tiro la lunga tenda beige sino a coprirli del tutto, il sipario funzionale, ‘do not disturb’.
Chiudo le palpebre, è buio, vedo nero. Transita nel mio apparato ricettivo la musica, essa agisce su di me operando un’algida metamorfosi dell’umore, mi scompiglia i sentimenti, mi conduce per mano lungo posti che ignoravo costringendomi a vedere quel che non si vede con gli occhi.
Punto focale diventa quindi la concentrazione. Immagino il prestante duo in studio di registrazione intento a trovare l’assetto congeniale onde far quadrare nel miglior modo l’idea pensata per ciascun pezzo, collegando i punti di concertazione, cucendoli insieme per originare un PRODOTTO serio, deciso, che possegga forza impressiva. Ecco, ci sono, finalmente sintonizzato sulla lunghezza d’onda del disco, “BROWN”!
Il risucchio del conato, l’angoscioso allarme antiaereo che risuona senza promettere scampo, si spande soffocante, avvisa di un imminente arrivo distruttivo che farà tabula rasa di ciò che risiede in terra: quale orrenda visione desertica e sibillina!
Cancellato l’ovunque, e il novunque, ognuno sarà vittima degli eventi infausti.
L’intreccio del sustain ‘infinito’ del synth col corno mortuario, sorretti entrambi dal basso incessante, scolpiscono il sound piovoso che scava ampie pozzanghere nel terreno brullo; s’accentua la cupezza di paesaggi scuri e i presagi strozzano le speranze; vive la certezza delle pesantissime nubi che opprimono l’intorno scarno, deturpato, smisurato e al contempo vicino.
Emerge un oratore filtrato dalla radio, quelle valvolari esistenti al tempo del secondo conflitto mondiale, pare annunciare guerra, o un accorato proclama, la fine.
Il percorso intricato di filo spinato dà moto ad una fissità di alti e bassi rimanendo sul tema dello schema principale; affiancati da drammatici sound fields, rumori sinistri, intimorisce il tremebondo, efficace, lavoro dei tamburi. Nell’inalterato equilibrio s’introduce ad arte una voce lirica femminile, ammalia e sembra confortare i morti nel triste ma speranzoso trapasso: fa da contro campo il parlato ‘drag&drop’, oscuro ritaglio di un discorso microfonato (che poi sostituirà il cantato); percettibilmente la palpitante linea di basso subisce accenti e minime variazioni minacciose, mentre le trombe sintetizzate si sbizzarriscono curando un assolo continuo sottotraccia che sa di improvvisazione e meraviglia, oserei incuneare un’anima free jazz nelle doti musicali de The Great Saunites.
Il fluire della psichedelia dark incombe e ammanta il concept album di tinte fosche, ricche di sfumature plumbee + hypno music, mandando in sollucchero il pezzo, che nella sua lunghezza di quasi 15 minuti risulta metodicamente carico di carisma e inchiodante nel suo esplorare terre di confine. Era the first take: “Brown”.
Il seguente “Respect The Music” è un piccolo gioiellino, su basso fisso e pulsante viene recitata una frase che assurge a mantra sonoro. Il tastierino del pc nel suo pieno digitare impazzito è ottimo elemento sonicamente inserito. Il discorso totale è influenzato dallo splendido assolo, che appare distante, e dalle distorsioni a fascio di luce che contrastano con un’anima spettrale, energetica e dura espressa dalla chitarra. Il ricamo punteggiato decisamente space-kraut avvalora un’ottima invenzione (assolutamente apprezzabile anche il video).
Il terzo pezzo è “Ago”, una romanza pianistica sottomessa da fusi elettronici amplificati. Qualcosa dei Floyd di “Ummagumma” si intravede, interferiscono col pezzo suoni esterni, colpi ben integrati di tamburo, qualche compressore svapora ad alta pressione dai condotti, rumori che trainano verso gli Einstürzende Neubauten. L’atm pianistica comanda, una tromba si solleva a mo’ di marcetta, l’aria vagamente cacofonica avviluppa greve.
“Controfase”. La macchina da cucire non smette di pistonare – prerogativa del basso -, si ripescano effetti suonati al contrario (pregio dei revolveriani Beatles), eh, mica male! Pattern minori rendono il brano pieno, contornato, sino all’enigmatico finale fatto di strani colpi, battiti che culmineranno… nella ‘controfase’?
Siamo alla perla finale: 4:38 di durata per esprimere in concentrato i tratti salienti di “Brown”. E’ questo il ‘Reprise’ e porta con sé un odore tutto Brian Enoiano, suggerimento importato da “Music for Airport”, e ne tratteggia l’appassionato epilogo. Un lungo applauso viene concesso a termine dell’ascolto, meritatissimo.
La sequenza tennistica conclusiva potrebbe essere un rimando all’antonioniano ending di “Blow Up”? A voi la pallina.

https://www.iyezine.com/the-great-saunites-brown?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook 

DUECENTO PAROLE su TGS_BROWN

Attivo da circa sei anni, il duo lodigiano è sempre stato attento a unire i dovuti puntini su ciò che ha creato, non ultima la trilogia iniziata due anni fa e conclusasi solo oggi con questo Brown che non tarda a cingerci senza forza nella sua - a suo modo - bizzarra veemenza. Gorgheggi psichedelici, lontani vagiti e lunghe code ipnotiche bagnate di prog anni ’70. Respect The Music riesce, anche se non del tutto, a invertire i ruoli e dare pathos ricalcando (forse anche troppo) l’importanza della voce come strumento.
Con un pizzico di insolenza, Ago si veste di antico e irrompe sì con eleganza ma senza bussare, batte con decisione i tasti e decide le regole del nuovo gioco: rumori, caos sì, ma pur sempre controllato, capace questa volta di non eccedere in sregolatezza.
Chiudere il cerchio è l’obiettivo primo dei TGS e me ne accorgo col finale Controfase/Brown (Reprise), ultimi dieci minuti che tornano alla base decelerando gradualmente fino a implodere in modo definitivo.
Come accaduto coi Lvte, anche qui abbiamo un viaggio di pura introspezione ed un album da assaporare quando ci si vuole ritagliare un’ora di tranquillità, cullato da suoni e ultrasuoni d’un altro spazio/tempo.
 

lunedì 26 marzo 2018

30 Marzo TGS ospiti a BANG BANG RADIO

Venerdi saremo ospiti di Bang Bang Radio insieme a Makhno per un live+intervista.
La puntata si può ascoltare in diretta dal sito www.bangbangradio.it oppure tramite app per smartphone "TuneIn Radio" (disponibile per Android, iOS e Windows Phone) a questo link https://tunein.com/radio/Bang-Bang-Radio-s268439/
Oltre alla diretta streaming, la puntata verrà riproposta in replica nel fine settimana e sarà sempre disponibile in pocast in su https://www.mixcloud.com/BangBangRadioit/